Lo sport è il modo perfetto per integrare i rifugiati in Germania: la storia del piccolo Shoaib

Afghano, 11 anni e un solo, grande sogno: diventare calciatore. Non un calciatore qualsiasi ma un vero fuoriclasse. Shoaib è un bambino come tanti della sua età, che insegue un pallone e con lui speranze e desideri. Corre e si allena nella terra che lo ha accolto, la Germania, a migliaia di chilometri dal suo Afghanistan.

Grazie allo sport, al calcio, Shoaib continua a sorridere nonostante l’esperienza traumatica di un conflitto che lo ha portato lontano dalla sua casa.

Per il giovanissimo richiedente asilo, il calcio è un vero e proprio pensiero fisso: “Penso al calcio quando mi sveglio al mattino e quando vado a letto, la sera. Giocavo quando vivevo in Afghanistan e continuo a giocare ora che vivo in Germania. Nella mia vita sono cambiate molte cose, solo il calcio è rimasto lo stesso” racconta l’undicenne.

Shoaib è uno dei 12 bambini sfollati, attualmente in Europa, protagonisti del progetto fotografico collaborativo dall’eloquente titolo, The Dream Diaries, prodotto dalla fotografa di Humans di Amsterdam Debra Barraud, dal suo collega Benjamin Heertje, dal creatore online Annegien Schilling, dal regista Kris Pouw e dall’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati.

Ognuno di questi ragazzini ha alle spalle momenti di vita terribili, che li segneranno per sempre ma nonostante tutto hanno ancora il coraggio di sfidare la vita, osano sognare e grazie a The Dream Diaries hanno potuto liberare la loro immaginazione.

“Attraverso il progetto, abbiamo scoperto la forza di questi bambini e dimostrato come con il giusto supporto possano ottenere qualsiasi cosa” spiega Debra Barraud.

Così quando Shoaib ha raccontato che il suo più grande sogno era diventare il calciatore più bravo del mondo, il team del progetto ha pensato di far diventare metaforicamente realtà quel desiderio ritraendolo come un grande campione di calcio che tiene in mano un pallone infuocato.

Secondo i dati dell’Unhcr, oltre la metà dei rifugiati nel mondo sono bambini e molti trascorrono l’intera infanzia lontano da casa, un posto che forse non rivedranno più. Questo non significa che il loro futuro sia segnato: con l’aiuto giusto possono ritrovare la serenità e non perdere la speranza.

Shoaib l’ha fatto grazie al suo pallone, a dimostrazione che “lo sport è un linguaggio universale e un modo perfetto per integrare i rifugiati nella società tedesca”, sottolinea Roland Bank, dell’Unhcr.

E in Germania, questo, è ampiamente confermato dai fatti: “L’integrazione è un processo a doppio senso e le strutture sono già in atto. Le squadre di calcio tedesche, i vigili del fuoco volontari e altri attori ben consolidati della società civile hanno aperto le loro porte ai nuovi arrivati. Stanno aiutando a creare un ambiente in cui i bambini come Shoaib possano essere proprio come gli altri loro coetanei” aggiunge Bank.

Un impegno collettivo, dunque, al quale ognuno nel suo piccolo può prendere parte. Anche una firma alla petizione dell’Unhcr #WithRefugess può voler dire contribuire a garantire sicurezza, educazione e opportunità ai numerosi rifugiati nel mondo.

E forse ha ragione Shoaib quando, parlando dei suoi compagni di gioco – suo zio e suo cugino – che vogliono sempre segnare, dice: “A me non interessa chi tira in porta. Se uno fa goal, è l’intera squadra che segna e che vince”.

Una lezione di vita, più che di gioco. Grazie, Shoaib e buona fortuna.

.